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martedì, aprile 03, 2007
E' toccante leggere "Il mio Iran" di Shirin Ebadi (premio Nobel per la pace): tutte quelle vite spezzate perché cercavano una strada verso la libertà, la democrazia, il riconoscimento della dignità femminile...
La frase che sintetizza la lotta di Shirin Ebadi credo sia questa: "... una verità che ho imparato vivendo e che riecheggia nella storia delle donne iraniane attraverso i millenni: la parola scritta è lo strumento più potente che possediamo per proteggerci, sia dai tiranni sia dalle tradizioni... " La parola, a quanto pare, fa paura di qua come di là dell'Atlantico. A causa dell'embargo nei confronti dell'Iran, Shirin Ebadi ha scoperto che non avrebbe potuto pubblicare la sua autobiografia negli Usa, a causa di una legislazione federale che proibisce l'uscita di "materiali non pienamente creati e già in essere" dall'Iran, anche quando si tratti di libri. In pratica, scrive la Ebadi, "io potevo pubblicare la mia storia negli Stati Uniti, ma sarebbe stato illegale per un agente letterario, per un editore o un curatore americano aiutarmi, e ugualmente illecito per una casa editrice pubblicizzare il mio lavoro". In Iran c'è la censura. Chi l''avrebbe mai detto che ci fosse anche a Washington?"si chiede il premio Nobel. La Ebadi ha portato avanti per questo un'azione legale negli Usa, per abolire norme che, a suo parere, "riflettevano anche quanto fossero intricati e disastrati i rapporti fra Stati Uniti e l'Iran... La mancanza di uno scambio schietto rimane un'abitudine pericolosa per i due Paesi... L'ideologia e il mutuo sospetto giocano un grosso ruolo nella spaccatura in atto, tanto quanto la realpolitik, e tutto ciò rende indispensabile uno scambio di idee e fondamentale l'accesso alle rispettive culture, per assumere un atteggiamento che superi la retorica ufficiale". Nel 16 dicembre 2004 il ministero del Tesoro Usa emendò le norme che regolavano le pubblicazioni di opere scritte da cittadini di Paesi sottoposti a sanzioni. In Iran cosa è successo nel frattempo?
Come sostiene la Ebadi, "La cosa più importante è che l'Occidente continui ad attirare l'attenzione sul problema delle lotte per i diritti umani in Iran", la quale afferma anche: "Non è la religione a vincolare le donne, ma i precetti selettivi di chi le vuole costrette all'isolamento. Quel credo, insieme con la convinzione che i cambiamenti in Iran devono arrivare per una via pacifica e dall'interno, ha sostenuto il mio lavoro".
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